l.o.l.

Vi affaticate invano, onorevoli, ridacchiava il professore, perché non sapete progettare, neppure casualmente, cose facili, come la morte. O forse nemmeno la morte è poi così facile come lo era durante la mia infanzia? Erano già passate tre ore di quelle balcaniche e da nessuna parte del muro c’era traccia della morte. Ma non si scorgeva nemmeno una vita degna di curiosità. Era una giornata piuttosto impegnativa. In sole 24 ore la popolazione festeggiava la Giornata mondiale del Teatro delle marionette, dei Bambini di strada, della Sindrome di Down, della Guerra contro il razzismo, della Lotta contro l’insonnia e della Poesia. Alcuni studenti avevano dato un soprannome al professore e di nascosto lo chiamavano Star¹.

“Ti piace, Star?” – gli chiese un bambino.

Senza provare fastidio per quel soprannome ridicolo, il professore si sistemò gli occhiali e fissò il muro.

“Se mi spieghi cosa intendi dire…”

Gli artisti stavano in fila, davanti al muro designato a togliere il malocchio, impegnati a creare. Non si sapeva da dove fosse venuta l’indicazione che i muri dei quartieri ancora liberi dovessero riempirsi di quadri, disegni e frasi intelligenti, ma i bambini sembravano ispirati. Non si trattava né di quell’ispirazione pazzerella da bambini, né di un’ispirazione ereditata: ai muri incrinati, sporchi e vecchi bisognava togliere il malocchio con i disegni. Non a caso si diceva: il cervello diventa ciò che vedono gli occhi.

Con il passare del tempo, nessuno dei muri sarebbe rimasto bianco, muto, monocromo, o senza “significato”. Al posto dei vecchi muri gli occhi dei passanti, soprattutto di quelli che non sapevano ancora parlare, potevano già scorgere una visione particolare che andava spiegata. Tra le scale degli imbianchini teste spettinate e manine macchiate di colore, che non richiamavano nessun crimine e non avevano la necessità di essere lavate, la generazione del futuro, quella che avrebbe pagato le nostre pensioni, come veniva sovente chiamata, cercava di esprimersi nel modo più chiaro e convincente possibile. Se era vero che Dio guarda il mondo con

gli occhi dei bambini, pensò il professore, era facile immaginare il suo terrore e la sua sofferenza. Non era possibile credere che il mondo fosse diventato così incomprensibile. D’altronde, anche per partecipare, sia pure brevemente e vagamente alla sofferenza di Dio, la giornata era meritevole di tutta la fatica.

“L’Europa, Star, l’Europa!” – disse un bambino.

“L’Europa?!”

“Sì, sì, l’Europa. Ora, sulla scia della crisi…”

“Io vedo solo un paio di culi - gli rispose il professore con un filo di voce. Culi, oppure guanti da box, o tette stilizzate, oppure due bombe e così via. Come si può rappresentare l’Europa in questo cavolo di modo?”

“Forse è una rappresentazione un po’ troppo profonda anche per i tuoi colleghi” - aggiunse. “Stavi forse pensando alle sfere d’influenza?”

“Ho io le sfere, ho io le sfere!” –

Si intromise una ragazza. “Guardate che sfere perfettamente rotonde ho fatto.”

Il professore non sapeva ancora che, grazie ad alcune negoziazioni con la tecnologia superiore, le sfere adesso erano diventate quadrate con un puntino rosso sangue agli angoli. Erano tre puntini, due nella prima sfera quadrata ed uno nell’altro quadrato rotondo.

“Sono anche occhi” – spiegò la ragazza. “Ma sono,” allo stesso tempo, anche pianeti, errori imperdonabili, palline di peluria rossa… Eh, ci sarebbe ancora tanto di cui conversare…”

“Occhi (di chi e dove?) che ci guardano” – si chiese il professore.

Ripetendo senza capire l’antica domanda balcanica (Nel sedere avevi gli occhi?), il professore cominciò a girovagare per l’ennesima volta davanti al muro, in silenzio, per non attirare l’attenzione. I ventidue bambini non avevano molto da fare. Sembrava che fossero sempre all’inizio, e non perché stessero facendo qualcosa che un adulto avrebbe fatto molto meglio. Solo la ragazza che aveva portato i pennelli, i colori, le pentole d’acqua e gli stracci per pulire, non stava lavorando. Era l’unica a disegnare spontaneamente, senza che glielo avessero chiesto.

Ora le era stato affidato il compito di aiutare i compagni mentre si arrampicavano verso la parte più alta del lavoro, senza interferire o rispondere alle domande sempre meno frequenti. Di tanto in tanto offriva loro un pennello o un colore. Altre volte, teneva i sandwich affinché potessero mangiare dalle sue mani pulite. Tutti erano affamati, ma nessuno ringraziava.

“E tu?!” – si sorprese il professore.

“Non avevo spazio” – rispose la ragazza.

“Ma non ti chiamano l’Artista?”

“Sì…”

“O ti hanno soprannominata l’Artista perché non hai mai spazio?”

La ragazza sorrise come se avesse un’altra età.

“Forse l’artista è colui che li aiuta a mangiare…”

“Desideri che ti facciamo spazio? Forse hai bisogno di esprimerti anche tu.”

“No, grazie… Posso esprimermi a casa, sulla carta.”

“E non ti sembra che questo sia una specie di tradimento?”

“No. È solo aiuto nello sfamarli…”

Il professore si rammentò che, un anno prima, questa Artista aveva avuto un momento di confusione davanti alla lavagna e invece di dire “Influenza suina” e “Crisi finanziaria”, aveva detto “Crisi suina” e “Influenza finanziaria”. Gli altri si erano messi a ridere, alcuni con le lacrime agli occhi e altri con voce roca.

Il professore si spostò lentamente un po’ più avanti, con la noia ben tenuta a freno, grazie ai suoi tanti anni di esperienza come “guardiano”; inoltre, non si stava sentendo molto bene. Aveva l’impressione che, di colpo, i bambini si sarebbero voltati verso di lui, ormai invecchiati e indifesi, ricoperti di stracci, pronti per essere fucilati. Mentre alle sue spalle, un plotone di soldati poco più anziani dei condannati gli avrebbe sparato, in silenzio, come se stessero conducendo una ricerca scientifica sul muro dipinto.

“Chi finisce, venga qua” – disse il professore.

“In silenzio, però perché non è ora di disturbare i compagni. Capito?”

Capito, ma loro non finivano facilmente. “Questo deriva dal vizio della distruzione,” – pensò il professore. “La costruzione ha una fine, ti sazia. La distruzione, invece, può lasciarti sempre insoddisfatto. Niente può convincerti che non avresti potuto distruggere qualcosa o qualcuno meglio di così.”

Al tramonto, tutti stavano davanti all’opera aspettando le lodi e persino i premi. Il professore si rese conto che nessuna decifrazione iniziava mai con lettere o parole; iniziavano tutte solo ed esclusivamente con dei numeri. Aveva già iniziato a contare i dettagli dell’opera senza rendersi conto dove quella linea numerica lo avrebbe condotto.

Dieci linee sottili, spesse, incredibilmente vive…

Potevano sembrare allo stesso tempo serpenti, tronchi, ossa di rettili, ringhiere squagliate dal caldo, peccati, budella, trecce, caratteristiche della crisi dei maiali o dell’influenza finanziaria, cerchi di fumo nero, tentacoli, strade, corridoi di prigioni visti dall’alto, e altro. Forme rotonde, quadrate, triangolari, miste, deformate, di tutti i colori possibili. Potevano sembrare frutti, teste, case, teschi, rocce, macine di pietra, cipì di confine, premonizioni, faide, rimorsi di coscienza, ecc. Tutte le lettere dell’alfabeto, in alcune varianti, ma quasi identiche nel modo in cui erano scritte. Parole senza senso e forse anche senza connessione tra le linee, le forme e i colori, saltavano all’improvviso allo sguardo, per poi perdere il loro significato, come se fossero pezzi di conti bancari o numeri di telefono. Non era ancora nato quell’uomo e non era ancora stato inventato quel computer che avrebbe potuto mettere ordine tra i tanti numeri presenti sul muro. “Forse questo caos è l’unica libertà che ci resta,” – pensò il professore, “o la sola e ultima schiavitù.”

“Ehi, come ti sembra, Star?” – chiese il più vispo degli studenti a nome del gruppo.

“È… è una realtà…” – balbettò Star.

“È una specie di mappa,” – pensò silenzioso, “di questi tempi in cui le mappe invecchiano molto più in fretta delle carte di identità”.

“Guarda come abbiamo dipinto bene la morte, che te ne pare?”

“Io ho dipinto Dio, perché lui distrugge la morte. Lui può distruggere tutto.”

“Dai un pezzettino anche a me, non fare lo stronzo adesso!”

Il professore non ebbe il tempo di girarsi: saltarono tutti in piedi contemporaneamente, come se fossero

pezzi di una bomba gigante quanto una casa, non un semplice gruppo di bambini con tutte le voci e le urla, con tutti i movimenti, gli sputi, le offese, gli scherzi, con tutta l’insistenza della fine dell’infanzia. Lo avevano circondato, lo stavano toccando, lo tiravano dai polsi, dalle tasche della giacca, dalla cravatta a pois azzurri, forse anche dalla lingua, perfino dalle orecchie, e, in coro, gli spiegarono il significato infinito e il ruolo di quel capolavoro.

Ecco l’uomo delle caverne, con un grande sasso — come la testa di un bufalo, oppure come un computer — sopra le ginocchia. E poi: il linguaggio umano, a forma di freccia, ma anche l’arco. Ecco l’occhio di una donna e di un uomo delle caverne, ben visibili, ma dentro lo stesso teschio. Ecco le lancette di un muro senza orologio e un orologio da muro senza numeri. Ma c’è anche un orologio da muro, attaccato al muro, pieno di numeri, ma senza lancette. Un serpente con tre teste, due delle quali umane. Un uomo con quattro teste di serpente e una di anatra. Tre colombe della pace, perché forse una sola pace mondiale non bastava. Tre specchi, uno ovale, uno rotto, l’altro ricoperto di locandine cinematografiche e inviti di nozze. Due stadi, una fila di palloni da calcio al posto delle uova o delle cipolle, niente libri, solo un filo rosso di quelli che si usano per non confondere la pagina quando ti addormenti, nemmeno la traccia

di una tomba, oppure di una lapide scolpita. Una farfalla multicolore, una manciata di uova, oppure larve e alcune decorazioni, gradi, stelle e spalline di una delle Guerre Mondiali o di tutte insieme. Falce e martello sotto un corvo color viola. Un escremento servito come un piatto di dolci, un escremento enorme, capovolto come gli ombrelli sotto la pioggia fitta, pieno di guanti aristocratici, anelli e orecchini d’oro, piume di pavoni e ventagli. Uno scaffale di pane simile a tombe di bambini e nove bocche di dimensioni ed età diverse che strisciavano intorno allo scaffale. Tre bocche morivano di fame, una cantava, due imprecavano, le altre due sputavano e da ognuna veniva fuori un verso, ma il professore si ricordò o inventò solamente “oi, oi, oiiiiii, vita miaaaa, tuuuu”.

Tre paia di manette. Una dozzina di flaconi e fiale, vasi e siringhe contenenti liquidi, creme e profumi senza nome. Una finestra con lo stipite di una porta, una statua priva delle dita delle mani, un cavallo simile ad una mucca, tre rane, solo una tartaruga, due mucche simili a pecore. Due piatti volanti, uno con un pappagallo senza ali al posto del pilota. Mani umane, artigli, unghie, chiodi, coltelli, canne di fucile, un cannone che non sparava proiettili ma grappoli d’uva, un mezzo carro armato, un mare azzurro, la cima di una montagna, una grotta di ghiaccio, alcune

bombe (o mammelle stilizzate), una briscola di simboli come chiavi rotte o viceversa, un “Abbasso”, diversi “Evviva”, “Solo per te”, nomi di città, stelle della moda, soprannomi, consigli di studiosi o di siti internet, proverbi, segni strani che forse avevano iniziato a diventare segni di punteggiatura, poi cool, yeah, pls, wtf, lol², love, bitch, beep, knock ecc.

L’Europa in piena crisi, l’occhio strabuzzante del professore o di qualche altra Star, un cane dai denti d’oro, un maiale di Guinea, un criceto con uno scettro di cristallo tra i denti, un seno da dove scorreva whisky, qualche fungo o ombrelli. Come a dimostrare che in queste terre tutto può ridursi in polvere e cenere, ma il servilismo… mai, uno degli studenti aveva dipinto dettagliatamente anche gli abiti che Star indossava durante l’apertura dell’anno scolastico: la cravatta a pois blu, la camicia bianca e il bottone mancante.

“Qualcuno ha visto il mio bottone?” – chiese Star.

Non poteva essere ascoltato. Notò sorpreso che, durante tutto il tempo della creazione, i bambini non avevano smesso di mangiare: come se non riuscissero a respirare senza masticare o sgranocchiare qualcosa.

E su tutta la superficie del muro, fino al punto che non potevi non restare accecato, si vedevano macchine,

cellulari, aeroplani e un’infinità di cibo. Alcuni aerei viaggiavano solo in andata, forse perché l’apertura delle frontiere aveva trasformato l’emigrazione addirittura in una moda. Così tanto cibo, che ecco, fratelli, si sarebbero rallegrati gli atei e avrebbero detto, “Vedete che noi non discendiamo dalle scimmie, ma da qualcos’altro di molto più antico e tangibile: il cibo.”

“Non la defecazione,” – spiegò il professore a bassa voce. Poi tantissimi numeri, a cominciare dalle targhe delle automobili, degli aerei, degli yacht e delle motociclette e proseguendo con gru, ponti, strade, tastiere, bilance, prezzi su pacchi e sacchetti di cibo. Impossibile contare così tanti numeri ma gli studenti erano stati attenti a descrivere tutto con precisione, forse per stabilire i diritti d’autore. “O forse, esseri misteriosi avranno scoperto qualche unguento sconosciuto,” – ridacchiò il professore.

Davanti al muro avevano disegnato anche un malato terminale che contava. E contava per mesi e per anni, con una pazienza infinita, finché la malattia, o Dio, e persino la Morte si stancavano e scappavano via.

“Ah, questa è davvero un’idea geniale” – disse il professore.

Gli studenti non smettevano di gridare, di spiegare e, ovviamente, di masticare mentre lui non capiva perché continuasse a fingere di comprendere tutto. Annuì e sorrise, ma neanche lui sapeva come, improvvisamente, avesse davvero compreso tutto. Peccato che quella comprensione non gli fosse di alcuna utilità.

Per fortuna, nel frattempo, erano arrivati i genitori degli artisti e il muro si era trasformato in uno spazio morbido pieno di punti sia lucenti che scuri: tra loro le ombre e i volti dei bambini, come se fossero fatti di alluminio, apparivano e scomparivano sotto le grida di ammirazione che sembravano materializzarsi dalle macchine fotografiche.

Forse a causa dello shock, i genitori ricordavano solo un accenno della lingua, oppure condividevano un unico cervello che ripeteva solo “wow”, “weh”, “mannaggia” (mamma, papà, nonna, ecc.), “bravo, mo”, “sono / siamo fieri di te”, “li hai fregati”, “jur zë best, dude” ecc… e scattavano foto con la compiacenza dei giovani artisti che continuavano a sgranocchiare.

Contemporaneamente, alcuni occhi erano gravidi e galleggiavano davanti al muro come delle botti piene di teste umane.

Star strinse molte mani inzuppate dalle lacrime, inalò molti strani aromi, sorrise educatamente e annuì finché la sua lingua non s’intorpidì, come quella di coloro che non conoscono le lingue straniere. Tuttavia, si sentiva tranquillo perché gli artisti non erano invecchiati di colpo e nessun

plotone di esecuzione era apparso dalle nubi gonfie di terrore per ammazzarli davanti al muro. Di fatto, il rumore dei fuochi d’artificio (che non somigliava né ai fuochi né ai proiettili) rimbalzava nella testa convincendoti che i tuoi occhi stessero per scoppiare mentre il mondo continuava a festeggiare La giornata del teatro delle marionette, dei Bambini di strada, della Sindrome di Down, della Guerra contro il razzismo, della Guerra all’insonnia e della Poesia.

Un padre aveva scritto al computer una richiesta: bisognava parlare con i dirigenti del Comune allo scopo di dividere in pezzi quel muro e portare i pezzi nelle case degli autori “perché non si stava parlando di un’opera qualsiasi, ma di una creazione artistica nel vero senso della parola. I bambini detenevano i diritti d’autore e non era giusto abbandonare quella bella opera lì, in balia dei furfanti e della feccia della società, o peggio ancora, lasciare che quelli del comune se la spartissero come un bottino di guerra e la vendessero ad un prezzo altissimo.”

“Sì, sì!” – ripetevano gli altri.

Sembrava che mancasse poco alla fondazione di un nuovo partito. Anche il professore aveva figli, o più esattamente li aveva avuti. Erano andati via così come erano andati via i genitori dei piccoli artisti. Solo la ragazza dal soprannome Artista era rimasta davanti al muro, ormai privo del malocchio, a raccogliere i pennelli, i vasi sporchi, gli stracci e i resti del cibo.

E anche pezzi di gomma da masticare: alcuni erano stati usati nel dipinto, insieme agli sputi.

“Cosa ne pensi?” – le chiese Star.

“Se ne sono andati” – gli rispose lei. Hanno detto:

“Noi creiamo arte, mica siamo netturbini.”

“Non sono gli unici ad essersene andati” – sorrise Star. “Viene a prenderti qualcuno o torni a casa da sola?”

“Abito qui vicino. Dietro al muro.”

Star si tolse gli occhiali e accese una sigaretta.

Senza occhiali, le cose sembravano molto più vecchie.

“Ti hanno fatto qualche foto?”

L’Artista disse di no con una risatina ironica: “Prima avrei dovuto prender parte alla loro creazione…”

Dietro al capolavoro (intitolato “Muro appena ripulito e deserto”) c’erano un asilo nido, un palazzo grigio e un centro di reclutamento militare.

“Se per caso trovi un bottone” – disse Star, – “per favore fammelo sapere perché potrebbe essere mio.”

“Un bottone vero o dipinto?”

Alcune guardie fumavano nel cortile dell’asilo, come se il lato non colorato del muro fosse più importante del capolavoro. Per questo non capirono chi avesse preso le scale di legno e di metallo, dove le avessero portate e nemmeno chi si fosse appoggiato al lavoro dei bambini quella notte, o più tardi, e avesse fatto di tutto per schizzarci sopra qualcosa.
Si potrebbero fare molte ipotesi e congetture, ma nessuno potrebbe giurare se si fosse trattato di gocce di urina o di sangue decolorato, di una bevanda qualsiasi o di lacrime. Se avessi guardato il muro per qualche istante o per anni, saresti arrivato alla convinzione che da tempo immemorabile, da quando se ne era andato il primo gruppo di bambini e genitori, in questo mondo non si piangesse solo con gli occhi, né solo con le lacrime.
 

Bucarest, 3 ottobre 2013

 

Traduzione di: Klaudia Muçaj

[I° anno del Master in Traduzione e Interpretariato

Departamenti i Gjuhës Italiane, Fakulteti i Gjuhëve të Huaja, Universiteti i Tiranës]


1 Da Kujdestar - Custode (SQ).

2 Abbreviazione dell’espressione Laughing Out Loud o di Lots of Laughs.


SQ

RO